Andrés Torres Queiruga

Dottore in filosofia (Università di Santiago de Compostela) e in teologia (Università Gregoriana di Roma), fino al 2011 docente di filosofia della religione e teologia fondamentale presso l’Università di Santiago di Compostela. Ha tenuto corsi in Messico e in Brasile. Le sue aree di interesse sono in particolare l’elaborazione di una fede all’altezza della cultura post-moderna. Membro del comitato scientifico della rivista internazionale di teologia Concilium.

La preghiera ai tempi del coronavirus: ripensare la teodicea, Pazzini Villa Verucchio (RN) 2020

di Stefania Ginanneschi

Il noto teologo galiziano, Andrès Torres Queiruga, fornisce un interessante contributo alla riflessione sul significato della preghiera di richiesta e come la formulazione di questa apra una finestra attraverso cui cogliere importanti riflessioni sul tema della presenza del male nel mondo e sull’idea di Dio. L’incipit del testo, del resto, formula così le domande guida:

Dimmi com’è la tua preghiera e ti dirò com’è il tuo Dio; o meglio: ti dirò com’è la tua immagine di Dio. Dimmi com’è il tuo Dio e ti dirò com’è la tua preghiera; o meglio: ti dirò come dovrebbe essere la tua preghiera. Dimmi com’è la preghiera della tua chiesa e ti dirò com’è configurata la tua sensibilità cristiana. Dimmi com’è la tua preghiera davanti al male e ti dirò se contribuisce a convertire l’immagine del tuo Dio in “roccia dell’ateismo” o in garanzia di fiducia sicura (p. 19)

Di fronte ai drammatici interrogativi che l’emergenza sanitaria pone, l’autore propone un percorso che indaga inizialmente il tema della preghiera di richiesta e di intercessione davanti al male. Tale indagine intende interpretare anche la preghiera, atto personale e intimo e insieme comunitario e pubblico, come rito e liturgia dentro la cultura di oggi. Del resto, questa (quella di dare statuto culturale al cristianesimo) ci sembra la “cifra” del teologizzare di Queiruga su questo e altri temi (il dialogo interreligioso, l’autocomprensione cristiana ecc). 

La messa in discussione di un certo modo di interpretare la preghiera di intercessione, però, serve all’autore per porre l’accento sulla necessità di un cambio di prospettiva per la riflessione teologica e in particolare per quella branca della teologia conosciuta come teodicea (quella dottrina filosofica e teologica che interroga il rapporto tra il male del mondo e la giustizia/presenza di Dio). La prospettiva dell’autore è chiara: un mondo senza male è un mito che non regge al registro della logica moderna e che per questo si rifugia, attraverso l’intercessione, nell’interventismo divino, interpretato come forza capace di condizionare direttamente gli avvenimenti della storia. Ma il contesto contemporaneo spinge, secondo Queiruga, la teologia e con essa la teodicea a farsi una nuova e diversa domanda: perché, sapendo che il mondo è esposto al male, Dio lo crea lo stesso? Così il tema scandaloso del male torna dentro il dibattito senza ricevere una risposta-non risposta come è stato l’atteggiamento fiduciale in un miracoloso interventismo divino che, per sè solo, esentava dalla responsabilità umana. Il male in tempi pandemici appare come una lotta inevitabile di essere finiti che sperimentano una libertà finita. L’autore non cancella quindi la fiducia in Dio su cui poggia la preghiera di intercessione, ma insieme riesce ad accogliere l’idea che un mondo senza male non possa esistere. Dio crea un mondo finito e quindi esposto al male. La libertà umana è chiamata così a maggior responsabilità: quella richiesta dalla lotta contro il male. La proposta di Queiruga si può certamente iscrivere nella tentativo di riconoscere una pertinenza culturale del cristianesimo in epoca post-moderna.

E se il testo dell’autore era apparso già nella pubblicista italiana (in “Il Regno-attualità” n. 10 del maggio 2020) ora il volume della collana Frontiere lo accompagna con un’introduzione del direttore della stessa (Marco Dal Corso) intitolata “ripensare la teologia in tempi di pandemia” dove si mette a confronto la proposta di Queiruga con altri recenti testi sul tema. Chiude il volume, infine, una post-fazione a firma del filosofo e teologo austriaco Kurt Appel che, passando brevemente in rassegna la storia moderna della teodicea, completa il cambio di prospettiva annunciato già da Quieruga circa la riflessione sul male: quello del passaggio dalla teodicea all’antropodicea.

La preghiera di fronte al male

di Bruno Scapin – Settimana News

È breve ma molto denso questo testo del teologo spagnolo Andrés Torres Queiruga, completato dalla postfazione di un altro teologo, Kurt Appel, dell’Università di Vienna.

Dai titoli di alcuni libri di Queiruga, richiamati in nota nell’Introduzione firmata da Marco Dal Corso, lo potremmo soprannominare il teologo del “ripensamento”. Colpisce, infatti, come questa parola, nella sua forma verbale, sia presente nei titoli delle sue opere. Le ricordiamo in lingua originale: Repensar la revelatión, Repensar la Cristología, Repensar la resurrección, Repensar el mal. “Ripensare”, perché? Perché – questa è la sua convinzione – la presentazione classica che la teologia fa di questi argomenti utilizza concetti e linguaggi datati, spesso ripetuti acriticamente, e comunque lontani dalla cultura della post-modernità.

Uno di questi temi, certamente quello che presenta il maggiore coefficiente di difficoltà, è la presenza del male nel mondo. L’autore non ragiona in astratto ma si interroga a partire dalla sofferenza presente nel mondo a causa della pandemia.

Prima del secondo capitolo (“Il problema attuale della teodicea”), Queiruga affronta il tema della preghiera e, in particolare, la preghiera di domanda. Con interrogativi per noi angosciosi: ma Dio vede il dolore delle sue creature? gli importa che soffriamo? perché non ci ascolta? perché non interviene? Se è questa la nostra preghiera – afferma il teologo spagnolo – siamo di fronte ad «una mostruosità religiosa», semplicemente perché dimentichiamo che Dio è Abba, cioè Padre.
Come si fa a pensare che Dio Padre non sia preoccupato per la sofferenza umana e rimanga indifferente davanti al male che tormenta il suo mondo? Una siffatta preghiera immagina un Dio «distante e inattivo» e dimentica che «siamo figli e figlie infinitamente amati». Se questo è vero, allora anche il problema umano del male, l’impotenza di fronte alla sofferenza, lo sconcerto davanti alla cattiveria, ricevono una risposta: «qualsiasi cosa succeda, anche nell’angoscia più estrema e nella situazione più ingiusta e incomprensibile, è possibile confidare in Dio». A riprova l’autore richiama due episodi: la preghiera del padre che ha il figlio epilettico (“Credo, Signore, aiuta la mia incredulità”, Mc 9,24) e la preghiera di Gesù nel Getsemani (“Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”, Mc 14,36).

In riferimento alla preghiera di domanda, Queiruga ricorda anche il 27 marzo dello scorso anno, quando, in piena epidemia da coronavirus, papa Francesco pregò in una Piazza San Pietro deserta, centrando il suo appello, prima che sulla solidarietà con i fratelli, sulla fiducia in Dio.

La preghiera nel tempo della sofferenza provoca inevitabilmente l’interrogativo sulla coesistenza del male presente nel mondo e di un Dio onnipotente e infinitamente buono.

Qui è chiamata in causa la teologia, perché. se non si dà risposta a questo dilemma, «la fede potrebbe risultare culturalmente impossibile». Argomenta Queiruga: «Finché permane il pregiudizio che Dio potrebbe, se volesse, mettere fine a tutto il male del mondo, nessuno può credere alla sua bontà senza vedersi obbligato a negare il suo potere».

Per uscire dal dilemma – dichiara il teologo spagnolo – bisogna «infrangerlo e dimostrare che è falso», perché esso «nasconde un pregiudizio premoderno». Quale? Che un mondo-senza-male è possibile. Tale modo di pensare (che coinvolge tanto i credenti quanto gli atei), secondo Queiruga, è del tutto anacronistico, «perché un mondo-senza-male può essere visto oggi solo come un “fossile” culturale, un reperto mitico di paradisi religiosamente primitivi o di fantasie freudianamente infantili». Ora, conclude l’autore, «l’idea di un mondo-finito-senza-male è tanto impossibile e contraddittoria come quella di un legno di ferro o di un cerchio-quadrato», come è evidente per i sociologi «che una società perfetta è un’utopia» e per i biologi e cosmologi «che non esiste evoluzione senza conflitti e catastrofi».

Occorre superare questo equivoco: «che il male rappresenti, in maniera diretta e immediata, un problema religioso che, di solito, possa finire per essere usato come arma contro Dio», e questo perché il male costituisce un problema comune credenti e non credenti. È un problema che ci riguarda «in quanto umani». Ciò che varia è unicamente la risposta al male presente nel mondo. In questo senso, la crisi provocata dal coronavirus è una lezione dura ma salutare, perché essa ci mostra che «affrontare il male è una lotta inevitabile degli esseri finiti che sperimentano una libertà finita».

Ma una sana teodicea fornisce, soprattutto al credente tormentato dal problema, una risposta molto più rasserenante. Eccola: creando per amore, Dio sapeva (usiamo un antropomorfismo) «che le sue creature sarebbero state esposte al morso del male inevitabile. Nondimeno le creò perché nella sua onnipotenza infinita sa che, nonostante il male, l’esistenza ha il suo valore» e che «nella sua onnipotenza risuscitatrice è capace di liberarci per sempre e pienamente dal male nella comunione ultima, quando, liberi dalle condizioni fisiche della finitudine, egli “sarà tutto in tutti”».

Queiruga invita ancora una volta la teologia a farsi carico di problemi antichi con nuove argomentazioni e nuovi linguaggi che possano essere intercettati dalla sensibilità culturale odierna.

Le ultime dieci pagine del testo sono a firma di Kurt Appel che, in estrema sintesi, presenta la teodicea di Leibniz, di Kant e di Hegel.

Per il primo, il mondo attuale è «il migliore di tutti i mondi possibili», perché così lo ha creato l’amore di Dio. Piuttosto, da sottolineare è la libertà dell’uomo. È questa libertà che lascia presagire l’orizzonte infinito di Dio, tanto da poter affermare che «poiché c’è libertà, perciò Dio è buono». E il male? Dal momento che l’uomo è libero ed è capace di amore e di apertura all’altro, significa che l’amore di Dio è più grande di ogni male.

Per Kant la teodicea autentica si esprime nella legge morale, tanto che «buono o cattivo non è il mondo empirico, buona è la libertà». Anche in Kant, come in Leibniz, il problema della teodicea sfocia nella questione della libertà. Se in Leibniz essa si configura come apertura al mondo, in Kant diventa autonomia e maturità.

Più complessa la posizione di Hegel il quale considera teodicea la sua filosofia della storia. Interessante l’influsso della spiritualità luterana sul pensiero della “morte di Dio”. Non si tratta della morte di Dio in quanto tale (una simile affermazione porterebbe all’ateismo), ma di un certo modo di concepire Dio. Guardando Gesù sulla croce, viene meno l’idea di un Dio Pantocreatore intoccabile per lasciare spazio a un Dio che sta-con la sua stessa creazione. In tal modo, «la vita non è più separata da Dio, ma in Dio fino alla più intima sensazione fisica». In Hegel la libertà «è associata ad un amore solidale» sullo stile di Gesù.

L’accentuazione della libertà in tutti e tre questi filosofi – conclude Kurt Appel – sposta sempre più l’attenzione sull’uomo e sulla sua grande responsabilità in merito alla sorte del creato.

A conclusione di questa recensione è obbligo ricordare i traduttori dallo spagnolo e dal tedesco, vale a dire don Francesco Strazzari e p. Antonio Dall’Osto, e Maria Stefania Gianneschi che ne ha rivisto la traduzione.

Segnalazione su Concilium n.2/2021

A lungo  membro del comitato internazionale di redazione della rivista ConciliumTorres Queiruga raccoglie in questo testo un insieme di stimoli (e interrogativi) sulla provocazione alla fede costituita dall’esperienza pandemica in cui siamo immersi,  invitando a frequentare territori in gran parte sconosciuti della riflessione e della pratica Cristiana. Introdotto da Marco Dal Corso (Ripensare alla Teologia in tempi di pandemia), il contributo è concluso da una Postfazione di Kurt Appel (il problema attuale della Teodicea).

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