Raniero Fontana

Raniero Fontana è filosofo, teologo ed ebraista. Ha vissuto ventinove anni in Israele dove ha insegnato come docente e collaborato con istituzioni accademiche di Gerusalemme e del paese, sia cristiane (Institut Pontifical Ratisbonne, Institut A. Decourtray) sia ebraiche (Shalom Hartman Institute, Hebrew University). Attualmente risiede a Trieste. È autore di numerose pubblicazioni, di articoli e di libri, centrati principalmente sull’ermeneutica rabbinica, sul posto dei non-ebrei ai piedi del Sinai, sul noachismo, sul rapporto tra Torah e democrazia. Ha dedicato particolare attenzione all’opera di A. Neher.

André Neher, apertura e coraggio

Pagine Ebraiche, Marzo 2021 p.27, Raniero Fontana

Nei primi celebri Colloqui degli intellettuali ebrei di lingua francese, i quali hanno marcato la vita intellettuale degli ebrei di Francia negli anni del dopo-guerra, la figura di André Neher (1914-1988) era preminente. Tuttavia, il suo destino appare diverso da quello di altri importanti protagonisti di quei prestigiosi appuntamenti annuali, come il filosofo Emmanuel Lévinas e il rabbino Léon Askénazi (Manitou). Pur essendo riconosciuto e onorato come un grande maestro, l’opera di Neher ha ricevuto, con il passare del tempo, una diminuita attenzione, specialmente in Israele. È come se quanto avesse da dire fosse ormai noto e niente di nuovo ci si dovesse aspettare.
Non che manchino sporadiche iniziative, commoventi commemorazioni, incontri e studi; a mancare solitamente sono le idee. Un pò ovunque si continua a ripetere di Neher le stesse cose. Ricordo bene che quando cominciai a scrivere una monografia su di lui, ad oggi la sola pubblicata in Francia, mi fu addirittura consigliato, anche da chi lo aveva un tempo ammirato, di lasciar cadere il progetto, perché ormai ritenuto un autore superato. Il che, detto per inciso, non ha mai impedito che la sua ricca e vasta opera fosse ampiamente saccheggiata dai tanti, in senso vero e proprio, come mi confidò con comprensibile amarezza Paul Zylbermann, il quale, da amico e discepolo fedele, avrebbe innanzitutto voluto che venisse reso al maestro quanto gli era dovuto.
Oggi l’Università di Strasburgo vanta un dipartimento di studi ebraici nato ‘da’ e ‘con’ Neher. Egli ebbe una carriera brillante in ambito accademico e ottenne un pubblico riconoscimento che portò il suo nome ben al di là della Francia e della stessa Europa. Tuttavia, la recensione severa di un autorevole studioso come Georges Vajda della sua prima opera dedicata al profeta Amos pesò su di lui come il marchio di un peccato originale. Fu allora criticato dal punto di vista della disciplina scientifica e il suo possente studio fu equiparato a un midrash. La stessa critica gli verrà rivolta più tardi, in Israele, in occasione della pubblicazione (e della traduzione inglese) del suo libro su David Gans, per quanto la disciplina in questione fosse ora la storia della scienza e non più l’esegesi. Ancora oggi, in ambito accademico, si riconosce sempre l’alto profilo intellettuale e spirituale dell’autore di un’opera che troppo spesso sembra tendere però all’omelia. Proprio in Israele, Neher, autore di una già consolidata fama internazionale, ebbe insomma a patire le frustrazioni maggiori in ambito accademico.
Accadde a lui quello che accadde ad altri intellettuali troppo creativi per rientrare nei rigidi criteri di una disciplina. Egli era, inoltre, un maestro in un genere tipicamente francese, come l’Essai, estraneo a una cultura accademica che separava in modo netto la letteratura dalla scienza. Del resto, la lingua e lo stile di Neher continuano a porre un serio problema di traduzione oltre che di comprensione. Resta comunque vero che la difficoltà posta dal progetto complessivo di Neher sia reale. Lo è dentro e fuori dall’Università, in Israele o altrove. Ma è altrettanto vero che essa è l’effetto inevitabile di una postura voluta e mantenuta, anzi teorizzata. Di fatto, rimproverarlo di fare midrash equivarrebbe a ritenere una debolezza ciò che invece è, e per lui rappresenta, il punto di forza del suo progetto ermeneutico e filosofico globale.
Egli rivendica il midrash come espressione autenticamente ebraica della propria inserzione esistenziale e soggettiva nel corpo stesso della rivelazione e, insieme, della propria responsabile assunzione del posto che gli spetta nella catena della tradizione.
Ed è anche il modo con il quale egli, al contempo, si rende ebraicamente disponibile e presente al mondo. Scienza e coscienza ispirano il suo progetto formativo e traducono perfettamente l’ideale a cui venne formato dai suoi primi maestri, tutti della scuola di S. R. Hirsch. Egli voleva far incontrare il professore e il rabbino, proprio ciò che lui stesso era. Torah e cultura generale non soltanto sarebbero inseparabili ai suoi occhi, ma ciascuna era affidata da lui alla custodia attenta e responsabile dell’altra – il che, obiettivamente, è un bell’azzardo. Ma Neher ha scelto di puntare tutto sulla dialettica dei poli opposti, per poi assumerli entrambi, il sacro e il profano, il rito e la storia, l’umano e il divino. Questa sua attitudine lo ha sempre esposto alle critiche di quanti, e sono tanti, si rifiutano di abitare, come lui, il paradosso.
Egli scrive: “La persona ebrea è quella che accetta il paradosso di essere al contempo, simultaneamente, di ieri e di domani, della Diaspora e di Israele, dell’infra- e della meta-storia (…) simultaneamente la più particolare e la più universale”. Come altri leader dell’ebraismo francese emigrati in Israele sulla scia della Guerra dei Sei giorni, anche Neher fu tentato da una lettura messianica della storia. La tensione crebbe dopo la Guerra del Kippur e la morte di persone che gli erano care e vicine. Scosso dagli eventi, il suo precedente ebraismo universalista cedette il posto al particolarismo ebraico e a una politica ispirata. Del resto, una lancinante consapevolezza della Shoah, onnipresente nella sua riflessione, poteva bastare essa sola a concedergli il diritto di un tale cambiamento. Egli poteva decidere di volgersi a Israele e di girare la schiena a un’umanità che tornava a ripetere gli stessi errori, sempre pronta a perpetrare altri orrori. Tuttavia, io sostengo che non c’è stata alcuna rottura a livello della struttura del pensiero. Trovo perciò sbagliato quanto oggi accade in Israele, che lo si legga, da destra, come fosse Manitou. Troppe cose, per formazione e per cultura,lo tengono distante dalla scuola di Rav Kook. Ma sbagliano pure coloro che, in campo opposto, da sinistra, lo trattano alla stregua di un fanatico e bigotto oscurantista. Egli è stato un intellettuale partecipe e appassionato. Conciliare l’inconciliabile è il compito che Neher consegna all’uomo-ebreo.
Il compito profetico di Israele. Proprio questo è quello che ho cercato di mostrare nei miei libri a lui dedicati: due in francese (André Neher. Le penseur et le passeur, Elkana 2014; André Neher. Philosophe de l’Alliance, Albin Michel 2015) e uno, appena pubblicato, in italiano (André Neher. Apertura di spirito e coraggio della fede, Pazzini Editore 2020, con prefazione della nipote del grande pensatore, Elisheva Revel-Neher, oggi professoressa emerita della Hebrew University di Gerusalemme). In quest’ultimo libro ho tematizzato le tensioni che attraversano la riflessione di Neher su una serie di punti particolarmente sensibili.
Essi sono i seguenti: la complessità del suo metodo ermeneutico, la prospettiva midrashica caratteristica della cosiddetta scuola di Parigi, la centralità teologica della nozione di alleanza, l’universalismo della morale e il particolarismo dell’amore, la vertigine come dimensione del suo pensiero, il nesso tra umanesimo ed elezione, la paradossale condizione dell’identità ebraica, la relazione tra Diaspora e terra di Israele in prospettiva messianica.

QOL – Et pourtant! E tuttavia! Ubechol Zoth!

Non si sono mai incontrati… Uno è arrivato a Gerusalemme quando l’altro l’ha lasciata per la Gerusalemme celeste…


Raniero Fontana, teologo e filosofo, offre qui il suo terzo libro su André Neher[ Cfr. R. Fontana, André Neher, le penseur et le passeur, Jérusalem 2015; Id., André Neher, philosophe de l’Alliance, Paris 2015.]. Insegnante al Centro Ratisbonne di Gerusalemme, ricercatore presso l’Istituto Shalom Hartman, scrittore, conferenziere, pensatore di alto livello, egli diventa “il biografo di Neher”. Lottando contro il pericolo sempre presente dell’oblio, desiderando aprire la filosofia di Neher a un pubblico che lo conosce ormai soltanto parzialmente, Raniero Fontana scruta in profondità, con un entusiasmo e un’emozione chiaramente percepibili, le sfaccettature dell’opera neheriana. Con lui tutto diventa possibile. Fontana è lo studioso, il critico motivato, la guida nel senso biblico del termine. Noi gli dobbiamo queste “riletture” magnifiche dell’opera di Neher.
Questo nuovo libro è composto di testi inediti, riflessioni su dei punti particolari dell’opera di Neher che non erano stati inclusi nelle due opere precedenti. Altri riposano su degli elementi di questi libri o ancora su degli articoli isolati pubblicati in diverse riviste e riuniti qui per la prima volta in un quadro omogeneo.
Il libro si apre con un testo redatto Per il centenario della nascita di André Neher e apparso sulla rivista Sens nel 2014. Alla luce dello studio su Amos, Fontana analizza la struttura del pensiero di Neher che emerge dalla sua tesi, con la triade seguente: testo, messaggio e profezia. Egli presenta “un esempio per ogni piano : testuale/esegetico – storico/scientifico – filosofico/metafisico”. Egli conclude con questa frase rivelatrice di Neher: “Io ho cercato di essere fedele al metodo midrashico inscrivendomi nella densità della rivelazione del testo biblico”[ Si veda la nota 17, in risposta al rimprovero a lui rivolto di avere scritto un midrash (G. Vajda). Fontana conclude: “rimproverare a Neher di mescolare l’esistenza e l’esegesi, di essere troppo implicato nella sua propria ricerca, significa ai suoi occhi rimproverarlo semplicemente di essere ebreo”.].
È appunto il titolo del secondo capitolo. Un midrash sui generis fa riferimento a un articolo di Neher del 1965 sulla riparazione e il perdono, a proposito delle sue relazioni con la Germania. La lacerazione atroce della Shoah determina l’attitudine di Neher e Fontana entra nel ragionamento neheriano con una delicatezza che impone l’ammirazione.
Poi segue Il filosofo dell’alleanza che riprende il tema centrale dell’opera e della vita di Neher tanto quanto quella di Fontana. Si deve leggere e ri-leggere l’analisi penetrante che ne fa qui l’autore: “Impossibile, per Neher, parlare di Israele senza parlare nello stesso tempo delle nazioni. Impossibile menzionare una dimensione senza l’altra, il particolarismo dell’alleanza senza il suo universalismo. La dimensione universale appartiene all’alleanza. Neher ha sviluppato questo universalismo dell’alleanza che l’ebraismo designa con il termine ‘noachismo’… Il noachismo, dunque, fa essenzialmente parte del suo discorso di filosofo dell’alleanza. Esso appare nel pensiero di Neher per quello che è: tutto tranne che estraneo o marginale all’ebraismo stesso”. E più avanti aggiunge: “La riflessione di Neher si approfondisce a contatto con la dimensione mediana caratteristica del pensiero del Maharal. La legge di Noè occupa il centro dello schema. Essa adempie la sua funzione di emtza mettendo in comunicazione due rive opposte, come un ponte sull’abisso”. Seguendo in tutto gli accenti neheriani della scrittura, Fontana di lui cita: “L’umanesimo del Maharal è il superamento dell’abisso che separa la Torah dal mondo e Israele dall’umanità”[ A. Neher, Le puits de l’exil, Paris 1966, p. 50.]. E ancora: “Esiste necessariamente un legame organico tra la condizione umana e la condizione ebraica”. Da parte sua, Fontana conclude: “Organico è il legame vivente tra istanze che hanno bisogno una dell’altra, tra diversità che funzionano una in rapporto all’altra, per il bene comune dell’intera umanità. Neher assume integralmente la tensione che caratterizza il rapporto tra l’ebreo e il non-ebreo, tra Israele e le nazioni… Proiettare l’ebreo su scala universale è, per Neher, una parte della vocazione di Israele alla quale non può rinunciare”.
Del quarto capitolo: Universalismo e particolarismo dell’amore, si deve riprendere e considerare, con Fontana, un testo un po’ dimenticato fino adesso e che qui lo si scopre grazie a lui. Un testo[ Id., “Tu aimeras ton ‘lointain’ comme toi-même”, in AaVv., Les droits de l’homme et l’éducation. Actes du Congrés du Centenaire de l’Alliance Israélite Universelle, Paris 1961, pp. 136-137.] che mette in primo piano “la difesa della dignità della persona umana (che) è al cuore della legge di Mosè. La legge mosaica costituisce il contenuto particolare dell’alleanza tra Dio e Israele, come la legge noachide costituisce il contenuto dell’alleanza universale tra Dio e l’umanità. Per tutti, tanto per i figli di Israele quanto per i figli di Noè, la legge rappresenta appunto la charte dell’alleanza”. Il testo è un commento a Deuteronomio 23,16-17: lo statuto del rifugiato nella Torah è oggetto di un’analisi esegetica straziante e coinvolgente, di un appello tragico lanciato nel 1961 per rispondere all’esigenza morale biblica che lo concerne; un testo che è di una attualità bruciante nel mondo di oggi. Non lo citerò in modo frammentario: bisogna leggerlo nella sua integralità, bisogna penetrarlo nella sua totalità, lasciarsene impregnare nel suo linguaggio. E dobbiamo ringraziare Raniero Fontana di aver ritrovato questo testo e di avervi consacrato un capitolo importante del suo nuovo libro, in ascolto della voce profetica di André Neher nei suoi accenti più belli.
La vertigine come dimensione del pensiero di André Neher ci richiama all’inizio del capitolo al fatto che “il modo migliore di onorare un autore è quello innanzitutto di leggere la sua opera”. È quanto ha fatto Fontana, con profondità, con amore e ammirazione, con finezza e scienza, con l’umiltà biblica a lui propria. Qui, è la voce di Fontana che noi ascoltiamo in parallelo con le parole di Neher. “La vertigine che attraversa il suo pensiero dall’inizio alla fine ha la forma di una ‘piega’ del pensiero. Di un pensiero che si piega verso il basso. E io confesso che questa inclinazione del pensiero di Neher mi attira e mi seduce”. Lo studio si situa intorno all’affermazione neheriana seguente: “La creazione è una berith (alleanza): per suo mezzo ogni atomo è impegnato nell’alleanza divina e acquista così un valore”[ Id., Amos. Contribution à l’étude du prophétisme, Paris 1981, p. 272.].
Umanesimo ed elezione, i loro rapporti, i loro intrecci, le loro opposizioni e le loro complementarietà, in Neher, sono il tema del sesto capitolo. “E forse, è proprio alla possibilità di concentrare l’elezione di Israele nell’intimità della sua relazione con Dio che lo stesso Neher ha dato voce, definendo, con le parole seguenti, la sua identità ebraica: ‘Io sono ebreo non così come mi vedono gli altri, né così come mi vedo io stesso, ma così come io sono visto da Dio’[ A. Neher, “Qui suis-je?”, in Id., Dans tes portes, Jérusalem, Paris 1972, p. 92.]”.
I due ultimi capitoli del libro hanno in comune un’analisi dell’identità ebraica sviluppata da Neher a partire dalla questione-sfida lanciata da Ben Gurion ai sapienti di Israele nel 1958, tra i quali figurava lo stesso Neher. Sulle tracce di Abramo, l’ebreo universale per Neher, Fontana disegna con precisione le sfaccettature di questa identità, quella dell’esilio e quella del ritorno. Indaga la dualità Diaspora-Terra di Israele, due componenti dell’esistenza ebraica, una in mezzo agli uomini e l’altra con Dio. Chi meglio di Fontana, che ha scelto con la moglie Andreina di vivere nell’Israele degli uomini nello stesso tempo che in quello di Dio, poteva offrire una lettura così perspicace del pensiero neheriano?
In questo libro troviamo una lettura pregna di luce dell’opera di Neher, essendo questa, lo si sa, difficile a volte da penetrare da soli. Raniero Fontana prende il lettore per mano, gli fa percorrere dei testi che altrimenti avrebbe qualche volta difficoltà a reperire, ne chiarisce altri, mette gli accenti sulla profondità del pensiero, fa risuonare la sinfonia dei motivi profetici e dei temi filosofici che ne scaturiscono. Egli è la voce di Neher, lui che non ha mai inteso questa voce indirizzarsi a lui, la voce calda, penetrante, commovente di uno dei più grandi pensatori dell’ebraismo, di un ebraismo vivente che è Torah di vita (torat chayim).

Elisheva Revel-Neher – Università Ebraica di Gerusalemme

Presentazione del libro alla Festa del libro ebraico

Parole a doppio taglio. La controversia nella cultura Rabbinica.

Studi Fatti Ricerche, N. 173-174 – gennaio-giugno 2021, di Massimo Giuliani, pag.17.

Scrive in questo testo il talmudista e teologo Raniero Fontana: 

“L’ebraismo è una tradizione ermeneutica. Esso è composto di tante interpretazioni in conflitto tra loro. 

Questo spiega la centralità della controversia, il cui statuto è oggetto a sua volta di controversia tanto quanto lo è il suo valore. Ma è difficile negare che l’ebraismo consideri complessivamente il fenomeno della controversia non solo legittimo ma auspicabile, nonostante le preoccupazioni che permangono e i timori che suscita da sempre” (p.93). 

Fontana ha scritto un’approfondita introduzione alla machloqet, termine ebraico ben reso in traduzione da controversia, disputa o confronto dialettico tra tesi e argomenti diversi, persino opposti, che tuttavia non si ‘scomunicano’ mai reciprocamente perché nel giudaismo rabbinico vige una grande libertà di opinioni, purché poi ci si attenga all’operatività e alla prassi stabilite dalla maggioranza. 

Ma i meccanismi che regolano tanta libertà di opinione non sono anarchici o lasciati ad libitum; sono piuttosto regolati da middot, da regole logiche, e da un desiderio di esaltare la ricchezza della Tōrāh, scritta e orale, attorno a cui queste dispute sorgono e da cui dipanano. 

Con grande sapienza Raniero Fontana spiega ed esemplifica queste regole, nella teoria e in pratica, analizzando con acribìa le prospettive generali della “scuola di Shammai” e della “scuola di Hillel”, come pure gli approcci divergenti di Rabbi Eliezer ben Hyrcanus e di Rabbi Eleazar ben Arakh, nonché i due grandi codici in cui molte di quelle controversie sono confluite: la più tradizionale (e poco nota) Toseftà e la più innovativa (e più nota) Mishnà, che funge da base ai trattati talmudici. Pur non essendo un percorso facile, l’autore ci guida con mano sicura non solo nelle fonti primarie ma anche in quelle secondarie, le cui citazioni lui stesso traduce dall’ebraico e che offrono al lettore italiano materiale prezioso per una conoscenza degli studi ebraici in Israele. Vengono così fatti rivivere altri maestri importanti del Talmud come Rabbi Aqivà e Rabbi Yehoshua, Rabbi Yochanan e Resh Laqish… Tutti i loro insegnamenti sono chiamati ‘chiodi piantati’, chiodi perché stanno fissi nella Tōrāh e piantati perché fanno ‘fruttificare e crescere’ le parole di quella stessa Tōrāh (cfr. Talmud Bavli, Chaghigà 3b). Le controversie rabbiniche non hanno lo scopo di decidere chi ha ragione e chi ha torto; infatti “le une e le altre sono parole del Dio vivente” e tutte “sono date da un unico Pastore dell’uomo”.

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