Piergiorgio Grassi

Piergiorgio Grassi è stato professore ordinario di Filosofia della religione e docente di Sociologia delle religioni nell’Università degli studi di Urbino. Nella stessa Università ha diretto l’Istituto Superiore di Scienze religiose “Italo Mancini”.

Il futuro del cristianesimo

Il Ponte – Sezione Cultura&Spettacoli – Domenica 16 Maggio 2021 – di Tommaso Cevoli

Piergiorgio Grassi apre una finestra su un autore tanto importante quanto sconosciuto

Peter Bergher È tra i più quotati sociologi della religione nella seconda metà del Novecento. E le sue tesi teologiche suscitano ampie riflessioni,mettendo in dialogo il cristianesimo e le altre religioni. Per far conoscere più diffusamente Peter L. Berger sul versante teologico c’è voluto, però, l’editore di Verucchio, Pazzini, e lo studioso riminese Piergiorgio Grassi, già professore di Filosofia e Sociologia della religione all’Università di Urbino, e per anni presidente della Fondazione “Righetti”, a Rimini.
Professore, il suo ultimo libro porta il titolo Peter Berger. Una teologia scettica nel tempo del pluralismo. Ci può dire in poche battute qualcosa di Peter Berger, autore nonmolto conosciuto al di fuori della cerchia degli specialisti e degli studenti di sociologia?
“Peter L. Berger (1929- 1917) è stato uno dei più quotati sociologi della religione nella secondametà del Novecento. Gli avevo dedicato una monografia negli anni Novanta centrata soprattutto sull’analisi e la discussione dei fondamenti scientifici della sua posizione.
Nel frattempo ho continuato a leggere i suoi libri, li ho presentati aimiei studenti all’Università suscitando accese discussioni. Ho anche avutomodo di incontrarlo ad un Congresso internazionale alla Fondazione Agnelli di Torino.Mi sono poi reso conto che ogniqualvolta
pubblicava un testo di sociologia della religione, subito dopo appariva anche un suo volume dedicato alla teologia.Ma di questo aspetto della sua attività non esistevano studi in Italia e le ragioni di questa doppia attività intellettualemi restavano oscure. È attraverso l’analisi della sua biografia e delle sue opere che ho intravvisto una risposta.
Berger, austriaco e poi naturalizzato statunitense, riteneva di avere la vocazione a diventare pastore luterano. Approdato al WagnerMemorial Lutheran College di Stone Island, dopo aver conseguito il baccalaureato, decideva di iscriversi alla Facoltà di sociologia, alla New School for Social Research di New York e da allora fece dimestiere il sociologo di successo. E tuttavia le sue indagini sulla condizione della religione giungevano a conclusioni che rappresentavano una sfida al suo essere credente. Ecco perché, avendo avuto una solida preparazione, anche teologica, ha cercato di dare risposte adeguate agli interrogativi suscitati dalle sue ricerche sul
campo. Rimproverava ai teologi di professione di essere troppo autoreferenziali, di non farsi davvero carico dei mutamenti intervenuti nella società e nella cultura;mutamenti che richiedevano un modo diverso di procedere”.
Qual è il significato della sua Teologia scettica. Perché scettica?
“Si tratta di una teologia scettica nel senso che rifiuta ogni subordinazione alle tradizionali autorità (ilmagistero ecclesiale o l’infallibilità della Scrittura o l’esperienza estatica di qualche mistico). Inoltre l’itinerario suggerito da Berger non ha come presupposto la fede e può essere
proposto anche ad un incredulo, salvo poi alla fine decidersi per il salto: dire sì a quanto si è scoperto usando gli strumenti della storia, della fenomenologia del fatto religioso, della comparazione tra le diverse religioni.
La sua teologia sfocia in una professione di fede per quanto eterodossa. Mantenere la tensione tra l’essere scettico e il fare professione di fede è per lui l’unico modo di essere cristiano senza mettersi ai margini della modernità, la quale costringe a scegliere la propria religione e nello stesso tempo costringe a scegliere all’interno di essa, accogliendo delle parti e scartandone altre. Non esistono religioni date per scontate in una società dominata da un avvolgente pluralismo culturale. Berger salva comunque l’assoluta trascendenza di Dio (contro coloro che tendono a demitizzare interamente la proposta cristiana). Un suo testo fondamentale è certamente Questioni di fede (2004): qui commenta ampiamente il Simbolo degli apostoli e nel fare questo, presenta la sua prospettiva teologica in atto”.
Con quale obiettivo Lei ha centrato la sua ricerca su un autore così atipico?
“La ragione fondamentale è la volontà di entrare in dialogo critico con una posizione protestante, – Berger dice di ‘luteranesimo eretico’ – che ha avuto negli Stati Uniti e in Europa,molti ascoltatori, che non si discosta, almeno nella prassi, da quella di numerose persone, anche cattoliche, che hanno abbandonato le Chiese ufficiali e affrontano in maniera solitaria la questione di come continuare a credere ad un Dio trascendente e, insieme, vicino all’uomo (è interessante il tema cristologico nelle opere di Berger). Sonomolti oggi, soprattutto tra gli intellettuali, coloro che scelgono la propria fede in un contesto pluralistico (di religioni e di visioni del mondo), costruendosi un cristianesimo personale, che permolti aspetti rompe con la tradizione. È una religione degli individui che non né difficile incontrare in contesti europei ed extraeuropei, nella tardamodernità. L’editore Pazzini ha accolto volentieri nella sua collana Koinonia (vedi articolo sotto, ndr) questo volume, scritto nelle ore sospese del cosiddetto lockdown. Preferisco però chiamarlo con la parola italiana ‘confinamento’:mi pare più espressivo di quanto è accaduto”.

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