VINCENZO DI MARCO – BIANCAMARIA DI DOMENICO, Walter Benjamin. La religione del capitalismo

RECENSIONE PER  AGALMA – CLAUDIA MILANI

Nella storia della filosofia,  e più in generale  della cultura,  accadono  talvolta fenomeni  strani.  Può accadere,  ad esempio,  che  un  autore,  un’opera o un  frammento  di opera  giacciano  più o meno dimenticati per decenni e vengano poi riscoperti dagli studiosi per strane coincidenze,  a volte quasi fortuite.  È quanto  e accaduto  negli  ultimi  anni,  almeno  nel  panorama  italiano,  per il frammento KAPITALISMUS  ALS  RELIGION,  composto   da  Walter   Benjamin   probabilmente   nel   1921.  Il breve frammento  consta  di sole  tre pagine  e ruota  intomo  all’idea  che il capitalismo  sia un fenomeno essenzialmente,  non condizionatamente come pensava Weber, religioso. Il capitalismo  appaga cioè, secondo Benjamin, «quelle preoccupazioni,  tormenti, inquietudini  a cui davano risposta un tempo le cosiddette  religioni»  (si  veda  W.  BENJAMIN,  Sul concetto di storia , a  cura  di  G.  Bonola  e  M. Ranchetti,   Einaudi,   Torino   1997,   p.  284).   

Quattro   sono  i  tratti  marcatamente   religiosi   del capitalismo  che Benjamin  evidenza:  «in primo  luogo il capitalismo  è una pura religione  culturale, (. . .) esso non conosce  alcuna  dogmatica  particolare,  alcuna  teologia»;  in secondo  luogo,  e come conseguenza, il capitalismo prevede un culto permanente: non esistono giorni feriali, ma solo giorni di festa con il conseguente  terribile dispiegamento  di tutte le pompe sacrali. In terzo luogo – e qui come vedremo sta il nocciolo dell’argomentazione benjaminiana – questo culto genera colpa, rende tale colpa universale e vi include Dio stesso: la disperazione  diviene lo stato religioso del mondo e la trascendenza  di Dio  cade;  infine  il  Dio  del  capitalismo  deve  essere  tenuto  segreto.  L’idea di Benjamin  e  che  all’orizzonte cultuale  capitalista  facciano  riferimento  anche  le  teorie  di  Freud, Nietzsche  e  Marx,  ma  soprattutto   che  il  capitalismo   si  sia  sviluppato   come  un  parassita  sul cristianesimo  e che  dunque  l’essenza della  storia  cristiana  venga  a coincidere  con  la storia  del parassita  capitalista.  Così Benjamin  mette a confronto  le immagini  dei santi e gli ornamenti  delle banconote  ed elenca, in una sorta di bibliografia  a sostegno  delle sue tesi, i testi di Georges Sorel, Erich  Unger,  Eduard  Fuchs,  Max  Weber,  Ernst  Troeltsch,  Gustav  Landauer  e Adam  Müller. Il  frammento  si chiude con l’esortazione metodologica  ad indagare  i collegamenti  tra il denaro  ed il mito, soprattutto  quello  cristiano,  che ha contribuito  alla creazione  del mito capitalista,  ma anche con il richiamo  della vicinanza  del capitalismo  con il paganesimo,  che intende  la religione  come l’interesse più immediato  e pratico (non teologico, trascendente  o morale),  esattamente come fa il capitalismo.

Criptico, complesso e pregno di riferimenti culturali variegatissimi,  come tutte le opere di Benjamin ed in particolare  quelle aforistiche o frammentarie,  questo brevissimo  schizzo ha il suo centro nella «demoniaca  ambiguità»  del concetto  tedesco  di Schuld , che può essere  reso in italiano  tanto  con “debito”,  quanto con “colpa” : ecco allora spiegato il legame –  davvero un pò debole, anche perchè non suffragato  da altre riflessioni  nella vasta produzione  Benjaminiana  – Tra “debito” economico  e “colpa” morale o religiosa. Forse proprio la debolezza di questo legame ha condotto ad un oblio del frammento,  che per molti  decenni  e giaciuto  semidimenticato  tra le carte del pensatore  berlinese.  Nel nostro Paese,  tuttavia,  negli ultimi anni si è assistito  ad un’esplosione di interesse  per questo breve  scritto:  e in  questa  corrente  che  si  inserisce  il  puntuale  saggio  di Vincenzo  Di  Marco  e Biancamaria   Di  Domenico,   che  presenta   l’indiscutibile  pregio   di  inserire   il  frammento sul capitalismo nella più ampia produzione  benjaminiana,  fomendo  così  al lettore delle linee guida per contestualizzare l’abozzo su capitalismo e religione all’intemo di un pensiero più organico (se ci è consentito  utilizzare  questo  aggettivo  per  definire  la proposta  di Benjamin),  rendendolo  dunque anche più intelligibile.

Il primo,  indispensabile, confronto  per  leggere  la posizione  benjaminiana  circa  il  capitalismo  e naturalmente   quello  con  Max Weber:   gli  autori  sottolineano con  grande precisione come,  a differenza di Weber, Benjamin ritenga che il capitalismo non sia un fenomeno sociale che prende la forma  di  un  precedente   spirito  religioso   cristiano,  bensi  un  fenomeno   interamente   religioso. 

Secondo  Di Marco  e Di Domenico,  Benjamin  avrebbe  però individuato  – paradossalmente – la religione del capitalismo proprio nella scomparsa dello spirito religioso, con un Dio che perde completamente  le sue caratteristiche  di invisibilità,  trascendenza  e capacità salvifica.  

Per spiegare meglio questo punto gli autori ritengono indispensabile, assai correttamente, contestualizzare il frammento  nella più ampia produzione  di Benjamin,  in particolare  mettendolo  in relazione  con il Passagen-Werk.   È proprio  a partire  dalla  riflessione  sulla  Parigi  del  XIX  secolo  che  emerge  il concetto   di  “feticismo della  merce”  :   in  una  capitale  fatta  di  grandi  Boulevard,   strade  della prostituzione, centralità della moda, del collezionismo  e della fotografia, «la merce non è più, e solo, un bene di consumo per il soddisfacimento  dei bisogni umani, ma è un valore a sé» (p. 26). Il valore spropositato  acquistato dalla merce riconduce la grande metropoli alla dimensione mitico-feticistica. Secondo gli autori «la merce e né più né meno che spirito incarnato nell’oggetto-feticcio. Possiede una vitalità  propria,  autonoma,  rispetto  alla volontà  dell’individuo. 
(. . .) il rapporto  con il mondo della  merce  e  di  tipo  superstizioso,   (. . .)  indica  la  credenza  in  un  potere  superiore  posseduto dall’oggetto  indipendentemente  dalle  sue  qualità   fisiche».   Ecco  allora  che  diventa   possibile tracciare  un  collegamento   tra  la  modernità,  il  capitalismo  ed  il  feticismo,  contestualizzando   il frammento  sul capitalismo  nel più ampio orizzonte  delineato  dal Passagen-Werk.  E, prendendo  a prestito  le categorie  di Rudolf  Otto,  gli autori  definiscono  il capitalismo  come  religione  «come qualcosa  di “portentoso”, di inquietante  e di spaventoso,  che e il lato  oscuro  di quelle  filosofie economiche   (Weber,   Sombart,   Simmel)   che   misconoscono    questo   aspetto   drammatico   del capitalismo»  (p. 37). Inutile  dire che a Benjamin  pare interessare  assai più questo «lato oscuro», piuttosto che non le visioni pacificate degli autori appena citati.

Dopo  il  confronto  con  Weber  e  la contestualizzazione del  frammento  nel  più ampio  panorama benjaminiano,  gli  autori  accostano  questa  analisi  a quella  di Marx  che,  come  noto,  ritiene  che l’uomo contemporaneo  viva un rapporto sociale definito costantemente  dalle merci. Di Marco e Di Domenico  notano però che «l’analisi di Benjamin  si discosta  dalla scuola materialistica  in quanto (. . .) non ritiene  più perseguibile  la dialettica  struttura/sovrastruttura come momento  chiarificatore “causale”  è necessaria  della coscienza dell’uomo moderno.  (…) L’inferno del mito della modemità non può essere trattato in modo compiuto  con le armi della dialettica storica. (…)In Benjamin,  al contrario,  i rapporti  storico-politici  sono letti in una chiave di teologia messianica,  che reimposta tutta  la filosofia  della  storia  marxiana»  (pp.  49-50).  

Eccoci  allora  giunti  alla categoria  che,  con grande   pertinenza,   gli  autori  individuano   come  fondamentale   per  comprendere   l’analisi  del capitalismo  fatta  da Benjamin:  il messianismo,  che ruota  intomo  all’idea  di redenzione.  E quasi superfluo  ricordare  il profondo  radicamento  di Benjamin  nella cultura  ebraica  e la sua personale amicizia con Gershom Scholem, che Di Marco e Di Domenico citano per sottolineare  le differenze sostanziali  tra il concetto ebraico e quello cristiano di redenzione:  se nel primo caso la redenzione avviene pubblicamente, sulla scena della storia, ed e operata dalla comunità (di più, diremmo, dall’umanità  intera),   nel   cristianesimo   la  redenzione  «accade nell’ambito dello   spirituale e dell’invisibile»  (p.  74),  nella  sfera  privata  che  non  è  necessariamente   verificabile   dinanzi  al tribunale della storia. Gli autori tratteggiano cosi la Umkehr, la svolta compiuta da Benjamin, come il passaggio all’acquisizione che non è possibile una redenzione  secondo  le categorie  del pensiero politico greco, che ha prodotto tanto i regimi totalitari, quanto quelli democratici. Nell’ Übermensch nietzschiano,  ne le proposte di Freud e Marx rappresentano  reali possibilità  di palingenesi,  solo la debole forza messianica prodotta dagli ultimi della storia, può redimere il mondo: l’idea  di fondo e che il messianismo rappresenti un’interruzione del continuum storico (fatto di colpa, assenza di espiazione e di redenzione)  attraverso lo Jetztzeit , 1’«adesso» in cui la redenzione,  che coincide con la rivoluzione, irrompe nella storia. Secondo gli autori «La Umkehr e il rifiuto della storia come continuum  (. . .). Il continuum che la religione del capitalismo pretende di rappresentare  va spezzato definitivamente.  (. . .) Il tempo descritto dallo storicismo  e “tempo  omogeneo  e vuoto”.  (. . .) Ma al suo  interno   esiste  la  possibilità,   la  chance,  offerta  al  proletariato   di  sfruttare   la  “situazione rivoluzionaria”. Quell’occasione  e l’adesso (Jetztzeit)  della  scintilla  rivoluzionaria»   (pp.  94-95). Questa  linea di lettura,  secondo  cui in Benjamin  un concetto  teologico  assurge  ad un significato politico e l’unico  modo per uscire dalla crisi politica e fare irrompere il messianismo  nella storia, ci sembra  assolutamente  condivisibile  e fecondissima.  Se  è possibile  muovere  un  solo  appunto  al saggio di Di Marco e Di Domenico, e proprio che tale lettura avrebbe meritato un approfondimento maggiore: “l’idea  di redenzione ed il messianismo rivestono un’importanza centrale nell’opera di Benjamin,  tanto da un punto di vista teologico,  quanto politico, ma e chiaro che queste idee vanno semantizzate  secondo  categorie  ebraiche  e non  cristiane,  altrimenti  si  rischia  di perdere  tutta  la profondità e l’originalità del contributo benjaminiano  nel frammento sul capitalismo  e non solo”. Gli autori lavorano  invece  su gli «enormi  ostacoli  [che] si frappongono  a questa  idea  rivoluzionaria della storia concepita da Walter Benjamin» (p. 95), che «si dimostra un’arma  spuntata e inservibile» (p. 98) perché nel pensiero  benjaminiano  manca  la nozione  di peccato  inteso  come caduta,  come perdita della beatitudine  originaria. Il peccato, cioè, cristianamente inteso sarebbe l’unica categoria capace di rendere di nuovo intelligibile l’operare umano nella storia. Ma naturalmente in Benjamin non si trova traccia di categorie cristiane.

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