Brunetto Salvarani

Teologo, giornalista, scrittore. Dirige la rivista «QOL». Docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e presso gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Bologna e Rimini, è presidente dell’“Associazione degli Amici di Neve Shalom – Wahat as-Salam” e della “Fondazione Pietro Lombardini per gli studi ebraico-cristiani”. È fra i conduttori della trasmissione radiofonica di Radio 3 RAI Uomini e Profeti.

L’alterità come Grazia. Ragioni e prospettive di un’educazione al dialogo interreligioso

Ancora un testo sul dialogo interreligioso e interculturale offerto dalla prolifica penna e dalla solida competenza di Brunetto Salvarani, scrittore, teologo e animatore a vario titolo di esperienze di dialogo in Italia e non solo. Pur sapendo di essere, quella offerta da Salvarani, ancora una teologia incompleta, inquieta e al tempo stesso capace di immaginazione, la riflessione che qui si offre trova conferma anche nel pensiero magisteriale. L’autore, infatti, condivide che “il pluralismo e la diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani” (dal Documento sulla “Fratellanza umana” firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco nel 2019 assieme al Grande Imam Ahmad al-Tayyeb).

Sono la sociologia e in generale le scienze sociali ad avvertirci che, anche sotto il cielo d’Italia, coabita una pluralità irriducibile di fedi e culture svelatrice della fine di quel “regime di cristianità” con cui fino ad oggi – o quasi – abbiamo convissuto e nel quale ci siamo formati. Come osserva l’autore, il lutto che questo comporta per tante persone educate dentro tale regime è triplice: il lutto della scomparsa del cosiddetto “praticante” a favore del “pellegrino”, quello della fine della cultura parrocchiale e insieme dell’esplosione del pluralismo religioso e, non ultimo, il lutto che riguarda la trasmissione generazionale delle appartenenze religiose, oggi messe in seria crisi. Eppure, questa la tesi, prima che un lutto da elaborare, quella del pluralismo potrebbe essere una stagione da valorizzare, quando, ad esempio, si accetta di imparare che non si “nasce cristiani, ma lo si diventa”, come ci ricordano i teologi asiatici che con il pluralismo religioso e la necessità del dialogo convivono da sempre. Visto all’interno di una teologia del dialogo all’altezza dei tempi, consapevole cioè che il pluralismo è un principio teologico e non solo una condizione sociologica, a buon diritto nel libro si sostiene che “il dialogo resta, sempre e primariamente, la cifra distintiva della carità, della speranza e della gratuità”.

Le stesse religioni, scrive Salvarani, stanno comprendendo che “senza dialogo, (esse) si aggrovigliano in se stesse oppure dormono agli ormeggi… o si aprono l’una all’altra, o degenerano” (R. Panikkar). E che, in realtà, “chi non si rigenera degenera” (E. Morin).

Eppure, è fondamentale evidenziare che il dialogo non si improvvisa: occorre educarsi a esso, con pazienza e fiducia nel futuro. Senza mai dimenticare, rammenta il teologo emiliano, che chi dialoga sono le persone prima ancora che le dottrine, e che occorre esercitarsi nell’arte dell’ascolto, molto oltre l’esercizio del semplice sentire; che il dialogo resta un contributo cruciale per la pace. Che è sempre più necessario riprendere e rinnovare il dialogo fra scienza e fede, sviluppare il dono del dialogo ecumenico, approfondire e ridire le nostre relazioni con Israele e l’ebraismo, aprire prospettive persino inattese sulle rotte del dialogo interreligioso, fondare con l’aiuto del dialogo una libertà religiosa valida per tutti e, infine, vivere il dialogo primariamente come stile. E se a qualcuno la proposta apparisse esotica, periferica, non determinante per una fede credente, Salvarani ribatte che l’identità cristiana non potrà essere mai compresa attraverso la negazione dell’altro, ma solo e costantemente in relazione all’altro, colto nella sua irriducibile diversità. E si tratta di un processo centripeto, in controtendenza alle dinamiche vorticosamente centrifughe che stanno caratterizzando l’odierna fase della globalizzazione, che potrebbe – fra l’altro – significare qualcosa di importante anche al di fuori dei tradizionali recinti religiosi. 

Secondo l’autore, infine, la nuova stagione del dialogo, alla quale papa Francesco non si stanca mai di rimandare come inedito kairòs, è quella che si pone al servizio della “carne di Cristo”. Se è vero che si danno già diverse azioni ecumeniche e interreligiose (quella a sostegno degli immigrati, quella delle iniziative interreligiose di preghiera, fino a giungere alle scuole di alfabetizzazione e di accoglienza di migranti e poveri), è altrettanto innegabile che serve una riflessione teologica capace di fornire il giusto quadro d’insieme in cui collocare queste e altre esperienze. Cosa a cui intende rispondere questo testo, che proponiamo alla lettura di quanti credono che l’ospitalità e il dialogo, oltre che una pratica di umanizzazione valida per ogni tempo, rappresentino anche un pensiero che rende più autentica la relazione con l’altro.

Salvarani, B., L’alterità come grazia, Pazzini, Villa Verucchio 2021. 

di Don Fabrizio Rinaldi (Direttore ISSR dell’Emilia e docente di teologia sistematica)

Brunetto Salvarani ancora una volta pone alla riflessione questioni di attualità, offrendo un contributo scorrevole e pregnante su uno dei temi a lui più cari: il dialogo interreligioso e interculturale. Il testo segue un percorso ordinato, scandito in tre parti che riprendono il famoso metodo del «vedere, giudicare, agire»: anzitutto le «visioni», cioè l’osservazione dei fenomeni che sono maggiormente emblematici dell’epoca che stiamo vivendo in occidente e, nello specifico, in Italia; in secondo luogo le «prospettive», cioè le riflessioni critiche su quanto accade al fine di raccogliere soprattutto i segni di speranza; infine le «buone prassi» come invito all’azione concreta.

Nelle «visioni» l’autore fa riferimento a diversi studi sociologici per mostrare come l’Italia stia vivendo un vero e proprio cambio di epoca: la fine della cristianità a favore di un pluralismo di stili di vita individualizzati è un dato ormai assodato. In esso si intrecciano diverse correnti culturali come la morte di Dio e la fine delle grandi narrazioni, lo sviluppo della tecnica e le tendenze narcisiste e utilitarie, le quali spingono a sacralizzare di volta in volta nuovi elementi come l’immagine, il corpo o il consenso mediatico. Sul piano pratico si assiste alla fine del «praticante», che univa fede personale e appartenenza religiosa, a favore di nuove figure come quella del «pellegrino» e del «convertito». Il primo (che sarebbe meglio chiamare «nomade») attraversa una molteplicità di esperienze nel proprio viaggio, senza fermarsi troppo in nessuna di esse; il convertito invece esprime un netto cambiamento di appartenenza, che talvolta abbraccia alcuni elementi di radicalità, avvenuto in età adulta. Il cambiamento di epoca abbraccia tutta la società, sebbene con sfumature diverse, e non va pensato solo in riferimento alla Chiesa cattolica. Brunetto ci ricorda che anche l’islam in Italia sta attraversando trasformazioni con forti analogie.

Sul piano delle «prospettive», l’autore si chiede anzitutto cosa sia necessario conservare in una fase di trasformazione così radicale della società. Egli individua alcuni nuclei, che sono come tesori preziosi da non perdere: anzitutto lo «spirito di Assisi» che ha contrassegnato la grande fiducia nel dialogo interreligioso e nel comune impegno per la pace, a dispetto di altri momenti storici in cui questa apertura al diverso è stata vista con sospetto. In secondo luogo, il tema dell’identità che oggi va ricompresa come qualcosa di «incompiuto e plurale», un cantiere sempre aperto che non può accettare di essere definito in modo rigido e stereotipato, soprattutto quando queste semplificazioni servono a polarizzare settori della società per ricavarne un guadagno politico o economico. Ancora, l’autore riprende la passione per la vita concreta delle persone, e in particolare l’attenzione a coloro che soffrono, come prospettiva che deve caratterizzare il dialogo interreligioso. Su questo versante la riflessione si appoggia soprattutto al contributo di J.B.Metz e al suo progetto di «un’ecumene della compassione»; gli esempi e le declinazioni concrete sono invece legati all’attualità, individuando nella situazione migratoria la priorità ineludibile. Infine, Brunetto indica lo «stile» di vita come la principale forma di testimonianza: vi è stile dove la comunicazione vive di gesti oltre che di parole e dove il racconto prevale sull’argomentazione razionale.

Nell’ultima parte del testo, l’autore individua alcune buone prassi che già esistono e che costituiscono per tutti un invito a diffonderle, partecipando attivamente e costruttivamente alla storia sociale e religiosa del paese. In particolare, egli sottolinea il valore del dialogo che è reale quando si svolge tra persone concrete e non si riduce ad un dibattito di idee: esso interessa molteplici livelli come la vita quotidiana, la spiritualità, l’impegno comune per i poveri, gli incontri ufficiali dei rappresentanti religiosi. Sul piano del cristianesimo ci sono inoltre domande aperte per la teologia: oltre alla valorizzazione di quando di buono esiste presso persone non cristiane e presso altre tradizioni religiose (modello inclusivista), ci si chiede se sia maturo il tempo per un passaggio a un modello pluralista. In passato eminenti teologici che hanno esplorato questa via (come Dupluis e Panikkar) sono stati fermati dalle congregazioni vaticane, ma oggi è il pontefice stesso che nel documento di Abu Dhabi sottoscrive affermazioni che sembrano legittimare questo passaggio: «il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani».

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