Adriano Marchetti

Adriano Marchetti ha insegnato Letteratura francese all’Università di Bologna. Per l’editore Pazzini ha curato: Illuminazioni (2006), Una stagione all’inferno (2009), Opera in versi (2019) di Arthur Rimbaud e Versi e Prosa di Simone Weil (2014).
Di Joë Bousquet ha curato: Tradotto dal silenzio, Marietti (1987); Da uno sguardo un altro e Farfalla di neve, Panozzo (1987); S. Weil e J. Bousquet, Corrispondenza, SE (1994); Lettres inédites à Poisson d’Or, G. Guerri (1997); La Conoscenza della Sera, Panozzo (1998); Il quaderno nero, SE (2000); Tradotto dal silenzio. Prose, Mimesis (2021); Lettere a Poisson d’Or, Nino Aragno Editore (2021).

Joë Bousquet, Poesie sparse

di Antonio Di Gennaro

Joë Bousquet, Poesie sparse

In un breve saggio dedicato al poeta-filosofo francese René Daumal, recentemente pubblicato in Italia dalla casa editrice Mimesis (a cura di Adriano Marchetti), lo scrittore Joë Bousquet (1897-1950) sentenzia: “Le poesie iniziano solo al termine di una lunga meditazione sulla parola” (Cfr. Tradotto dal silenzio, p. 94). Parallelamente alla propria attività di saggista e prosatore lirico, nel chiuso della propria camera di Carcassonne, Bousquet ha esercitato nel corso degli anni un’intensa lotta con la poesia e le parole, conscio che ogni singola parola racchiude in sé un universo semantico sconfinato e che l’essenziale, per sua natura, sfugge sempre alla possibilità di essere definitivamente detto, intersoggettivamente comunicato.

Come dire infatti, a sé e agli altri, l’incomunicabile che risiede nell’abisso del nostro essere? Ossia: l’affettività, la paticità, il vissuto. In che modo esplicitare il fondo senza fondo della nostra mutevole soggettività, del nostro Io diviso? Più autentico e veritiero, forse, rispetto alla parola detta o scritta, è il silenzio taciuto, e allora, compito del pensiero che ha compreso il limite connaturato alla comunicazione interpersonale, sarà quello di trasporre, pacatamente e con estrema cautela, il senso e l’essenza dell’ineffabile mondo interiore nel linguaggio imperfetto delle parole, che divengono cifre effimere della nostra identità frantumata: “Poesia: l’innominato che si manifesta nell’operazione delle parole tra loro e che il poema impone” (Cfr. Note di inconoscenza, p. 116).

Dopo aver pubblicato nel 1947 presso Gallimard la raccolta poetica La conoscenza della sera, Bousquet, qui e là, all’interno della sua vasta produzione onirica, ci regala frammenti di versi e composizioni, testimonianze cruciali del suo solitario e appassionato (talvolta ermetico) pensiero poetante. Un recente volume, curato sempre in maniera egregia dallo specialista Adriano Marchetti, ha il merito di presentare ora, in maniera rigorosa ed unitaria, le 63 poesie “sparse”, composte tra il 1924 e il 1950, grazie a cui possiamo approdare ad una visione più completa circa il percorso poetico compiuto da Bousquet nel corso della propria esistenza.

Illuminante l’incipit, rappresentato da Canzone della soglia: “Prigioniero dei miei mali, caduto nel punto più oscuro della pietà umana, ho chiuso e rinchiuso sopra di me i muri della segreta, ho desiderato imprigionare il mio pensiero. Ho amato una donna. Il mio spirito non è più stato il luogo immaginario della vita, ha lasciato le stelle dov’erano. Imprigionare il mio pensiero in una creatura a mia immagine… il solo modo di opporre l’esistenza alle condizioni dell’esistenza” (p. 27).

Anche in questo volume è centrale la figura della donna, Lei, la sola capace di trasfigurare il dramma crudele della ferita nella grazia sublime del sentimento amoroso. È in virtù di questa illusione mai sopita che il poeta trascende la propria dolorosa quotidianità (poco più che ventenne, durante la prima guerra mondiale, una pallottola gli spezza la colonna vertebrale e lo costringe alla paralisi) e si proietta nella sfera dell’immaginazione come unica “via di fuga” dalla realtà: “Un uomo cambia come fan le nuvole in cielo… / Passasti lentamente la mano sul mio viso / e sull’aria angustiata che la mia fronte prese / attardandoti là dove i capelli sono grigi. / Oh, amore mio, oh amore mio, tu sola esisti…” (p. 33).

Attraverso la lettura di questo splendido volume, è possibile scorgere i temi fondanti del pensiero di Bousquet, declinati attraverso l’urlo silente della scrittura poetica: la solitudine cronica, il desiderio di amare ed essere amato, l’ineluttabilità della propria condizione, l’Ombra e la morte. Ma in trasparenza, filtra come un raggio di luce rischiarante, costantemente, la presenza di una donna (o più donne, poco importa), come unico spiraglio di redenzione, nella via crucis di una carne inchiodata nel letto. È il caso della poesia Isel: “La morte, occhi immensi per amare / due rose che ho nel sangue / ove pare sempre sparire il mare / L’arsura dentro che di fuoco langue, / dove l’infanzia mi scaccia danzando / da un corpo che bagnò senza di me / Il cuore pone al mio posto il mondo / Io divento la notte che lo scorge” (p. 129); e ancora, della lirica I tuoi occhi sono le bilance…: “I tuoi occhi sono le bilance / della notte e del giorno / e il tuo corpo è questo giorno. // Nasci da questa notte / flagello della giornata / che si disfa su di te. // Sei tu l’angelo di un re / flagello delle tue annate / chiusa stella di sangue / sulla notte che si copre di stelle” (p. 169).

Attraverso la lettura di questo splendido volume, si giunge alla piena consapevolezza della centralità e della necessità (lampante e insopprimibile) dell’esperienza poetica, nell’excursus biografico e spirituale di Bousquet. È l’Autore stesso a suggerirci e a offrirci, in altri contesti, tracce o accenni di tale approccio prospettico: “Mi creerò una vita di cui la poesia sia il riflesso e non la luce” (Cfr. Il compagno luna, p. 71); “La poesia è stata la mia salvezza. Ora tocca a me salvare la poesia dal poeta che sono divenuto, a dispetto di me” (Cfr. Mistica, p. 66).

Seguendo Bousquet allora, è possibile affermare che la poesia attenua la morte dell’anima, lenisce l’immenso dolore della coscienza di essere coscienza infelice: “[…] la morte aprendomi la porta / volle che tra i miei passi il vento raccolto per te facesse / ai miei versi il dono che nessuna eco via trasporta / da un cuore che s’arrestava per udire la tua voce” (p. 41). Dall’esilio dell’esistenza, sorge in Bousquet, un canto di universale bellezza, un grido straziato che è, al tempo stesso, anelito e ossequio di speranza: “Assenza della notte / La terra nel giorno // Dov’è la notte? / Nel cuore della terra, nel cuore / del nostro cuore, notte diamantata / Portiamo un’espressione della verità: con un vero panico, afferriamo / l’accento di tale verità, la cantiamo / per nascondere che abbiamo paura, / paura di dirla, paura di obliarla…” (p. 195).

Bousquet nella camera blu della poesia

di Antonio Devicienti

Bousquet nella camera blu della poesia

Viene pubblicato da Pier Giorgio Pazzini Stampatore Editore (bellissima dicitura quest’ultima, sospesa tra un tempo passato e l’orgogliosa rivendicazione di un mestiere che non si vuole totalmente succube delle tecniche digitali e comunque aggiornato e attento ai progressi delle tecniche tipografiche) un nuovo libro che Adriano Marchetti dedica a Joë Bousquet: Poèmes épars. Poesie sparse (Villa Verucchio, 2021) – “nuovo” nel senso che Marchetti ha già pubblicato con diversi editori numerosi libri di traduzioni da Bousquet, ivi compresa la corrispondenza; nella presente «raccolta sono stati riuniti i componimenti disseminati in varie riviste e nella monumentale corrispondenza amorosa del poeta, o rimasti assolutamente inediti, o pubblicati postumi nei suoi scritti» (p. 7 dell’INTRODUZIONE / Un allucinato di genio). I testi poetici (63) coprono un arco temporale compreso tra il 1924 e il 1950 «con lunghi intervalli di sospensione» (ibidem).

Nella sua appassionata e rigorosa introduzione Adriano Marchetti dà conto di una scrittura in poesia che, nell’incontro-scontro tra lo spirito apollineo (la necessità della forma e dell’ordine) e quello dionisiaco (l’empito vitale), è inestricabilmente interconnessa con l’esperienza esistenziale del poeta (Bousquet viene raggiunto il 27 maggio 1918 sul campo di battaglia di Vailly da un proiettile tedesco che gli spezza la spina dorsale e vive paralizzato alle membra inferiori nella sua camera blu, dalle imposte sempre accostate e dalle pareti ricoperte da opere surrealiste, nell’ala estrema del palazzo paterno di Carcassonne al 53 della Rue de Verdun fino alla morte), con gli incontri e gli scambi epistolari che nutrono le sue giornate (Jean Paulhan, Max Ernst, Simone Weil e molti altri), con l’attività politica (durante la Resistenza la sua casa diventa rifugio per perseguitati ed Ebrei e cenacolo culturale).

Joë Bousquet è, dunque, persona e artista estremamente affascinante e interessante, ma non voglio ottusamente cadere nella trappola del biografismo (sempre a buon mercato e sempre superficiale), sì, al contrario, riconoscere un ennesimo motivo per cui la poesia e la cultura italiane devono continuare a guardare alla Francia (occorre citare i nomi di Char, di Du Bouchet, di Jaccottet, di Albiach, di Maulpoix, di Quintane? e potrei andare ancora avanti…) e riconoscere l’instancabile dedizione di Adriano Marchetti allo studio e alla diffusione della poesia di Bousquet (e non solo) in Italia; Bousquet dedica la propria esistenza alla ricerca poetica che, in lui, coincide con le ragioni stesse del vivere – e del non morire (e, anche, del non-aver-potuto-morire); c’è un bellissimo passaggio nell’introduzione (è a pagina 14) che così recita: «Per Bousquet, erede naturale della tradizione eretica dei Catari, l’essere stato strappato alla vita senza essere consegnato alla morte costituiva solo il punto di partenza di un cammino da sempre presentito, il modo di corrispondere al silenzioso appello di un destino universale. Ha posto tutti i suoi sforzi per mettere in piena luce i meandri della propria coscienza di uomo ferito. La sua attenzione è stata il suo strumento di ricerca, un atto deliberato, il consenso alla necessità di coltivare l’oscurità ed entrare in comunione con l’entità tenebrosa che soggiace all’io superficiale».

La camera di Bousquet non è affatto luogo di autoreclusione e di isolamento, ma, contemporaneamente, luogo di meditazione e di scrittura e luogo di incontri (tanti e fecondi, fraterni), luogo nel quale si addensa la notte e una luce nera che preme per farsi parola, luogo-tempo che accoglie quelle droghe che alleviano il soffrire e contribuiscono a generare un canto e una danza d’inaspettata vitalità – nei testi qui tradotti sembra dispiegarsi un atlante degli itinerari interiori, intellettuali e amorosi di Bousquet, dal momento che proprio l’erotismo è, per il poeta, tratto essenziale del vivere ed è un erotismo non banale e non ovvio, ma che, superando l’istintività animale, approda a quanto Marchetti così spiega: «L’ardente fusione amorosa allude alla ricomposizione dell’unità originaria dell’androgino prima della creazione» (p. 22).

Adriano Marchetti ha tradotto cercando spesso di restituire in italiano le rime e le assonanze, la musicalità, i ritmi presenti nell’originale (operazione tutt’altro che facile e che sarebbe potuta scadere nel ridicolo o nel forzato: ma così non è); egli ha colto in pieno tutte le possibilità offerte da ogni edizione che rechi il testo a fronte: il lettore che non conosca la lingua di partenza è in grado di farsi un’idea molto precisa dei testi originali, chi conosce anche la lingua materna del poeta può apprezzarne direttamente il valore e le sonorità e, nel medesimo tempo, saggiare il prezioso lavoro del traduttore e, per dirla con una frase-concetto a me sempre presente di Antonio Prete, “stare fra le lingue”, “soggiornare all’ombra dell’altra lingua” – ed è anche significativo e suggestivo riflettere sul fatto che proprio il tema dell’ombra è essenziale nell’intera opera di Bousquet perché il poeta cerca di far emergere tramite la lingua della poesia le regioni nascoste ed enigmatiche dell’essere e si potrebbe affermare che anche il poeta-Bousquet traduce dall’ombra in direzione della luce del dire e del poetare, da quello che è nascosto e spesso inavvertito verso un pronunciare in direzione del mondo. Tradotto dal silenzio è, per esempio, il titolo delle prose di Bousquet che Adriano Marchetti ha tradotto e curato prima per l’Editore Marietti e poi Mimesis e si tratta di testi che solo per una necessità classificatoria vengono definiti “prose”, ma che “traducono” appunto qualcosa che è in continuo moto e metamorfosi, qualcosa anche di dolorante e abissalmente desiderante come Bousquet splendidamente dice in un distico: «Mon cœur met le monde à ma place / Je deviens la nuit qui le voit // Il cuore pone al mio posto il mondo / Io divento la notte che lo scorge» (pp. 128 e 129, À Isel, da Poèmes épars, cit.) – questi versi dedicati a Isel (destinataria di molte altre pagine del poeta) furono scritti sul retro di una tela di Magritte intitolata Schéhérazade e che Bousquet aveva destinato alla ragazza nel 1948; il ritratto che Jean Dubuffet fece del poeta durante una visita in Rue Verdun nel 1947 (Bousquet au lit) coglie perfettamente quel vivere prigioniero in un’immobilità invece mobilissima e ardente di desideri, di relazioni amicali e artistiche, di energia fantasticante: «Le lac est grand comme la chambre / L’oiseau vole beaucoup plus bas que la torture // Il lago è grande come la camera / L’uccello vola molto più basso della tortura» (pp. 44 e 45, L’âge de l’âme / L’età dell’anima da Poèmes épars, cit.).

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