Vincenzo Di Marco

René Girard e la non violenza

di Rocco Pezzimenti – Osservatore Romano 26 Novembre 2021

«Il Regno di Dio è l’eliminazione totale e definitiva di qualsiasi vendetta e di ogni rappresaglia nei rapporti tra gli uomini». Questa emblematica frase di René Girard è riportata nella prima di copertina dell’ultimo libro di Vincenzo Di Marco, René Girard. Evangelo della non violenza ( Villa Verucchio, Pazzini Editore, 2021, pagine 116, euro 12.50). Il filosofo francese parte da una considerazione assai ricorrente nella cultura contemporanea e presente anche in Freud di Totem e tabù. «All’origine del mito vi è un evento cruento, l’omicidio rituale, per cui “il religioso ha come oggetto il meccanismo della vittima espiatoria; la sua funzione consiste nel perpetrare o rinnovare gli effetti di quel meccanismo, ossia nel mantenere la violenza fuori della comunità” (…). La magnificenza del divino è da ricondursi all’orrido della vita terrena» nella quale la violenza sembra trovare un significato. Anche i testi giudaico-cristiani si interrogano «sulla fondazione culturale della civiltà, ma ne danno un’interpretazione diametralmente opposta». Anche se miti, come quello di Edipo, possono sembrare somiglianti alla Passione, c’è una radicale differenza. Chi muore in Croce è un Innocente che volontariamente accetta il sacrificio. Ma è tutta la tradizione biblica che si sottrae, per Girard, alla concezione antropologica dominante. Dio condanna il male, ma dal primo momento in cui questo compare, come nel caso dell’omicidio compiuto da Caino, «subito si mette in ascolto delle sue parole». Non c’è l’accanimento di un Dio vendicatore. Si rovescia qui il binomio violenza-sacrificio in sacrificio-redenzione il cui vertice è dato dal sacrificio della Croce, davanti al quale la «folla è in preda alla fascinazione dell’odio» combattuto con la concessione del perdono. Il mondo violento delle origini per alcuni è un qualcosa che ci siamo lasciati alle spalle come in Lévi-Strauss per il quale «il passaggio alla civilizzazione umana è segnato da una forte discontinuità con il passato. René Girard, al contrario, insiste sulla discontinuità tra i due mondi». Quello della violenza è un elemento ricorrente che molta antropologia odierna tende a rimuovere con la scusa di sostenere che tutte le culture «vanno analizzate al loro interno» secondo le loro particolari peculiarità. Questa concezione, che per Girard genera un malinteso interpretative che è alla base del relativismo culturale, ignora che nei popoli c’è un grande bisogno imitativo, sia pur inconfessato, che è frutto di quel bisogno di successo che anima le diverse coscienze. Purtroppo, come si vede, anche in Girard serpeggia una concezione antropologica simile a quella di Machiavelli e di Hobbes. Si evince da quanto detto che, proporre una visione antropologica così pessimista, vuol dire «rimanere schiavi della propria teoria, assunta preliminarmente come valida universalmente (…) in Girard si prefigura il rischio della riconduzione forzata di ogni evento umano alla logica sacrificale che vige sin dalla fondazione del mondo». Per questo il filosofo francese rifiuta il Cristianesimo edonistico di Vattimo ritenendolo inefficace a contrastare l’animo violento ineliminabile nella natura umana e lo dice in modo inequivocabile. «Ho la sensazione che nella vita esisteranno sempre delle situazioni che porteranno a dei conflitti e che molti di questi non possano essere evitati». Un simile ragionamento sa più di Antico che di Nuovo Testamento e Girard avrebbe dovuto saperlo. Pur ammirando alcune premesse di Girard, Di Marco mostra grande equilibrio nell’esaminare le sue contraddizioni. La possibilità di uscire dalla violenza e dalla paura, che sono poi le due facce della stessa medaglia, ridà spesso forza alle teorie dei realisti politici, che hanno riscosso un grande successo nella storia, pur senza mai trovare un’efficace soluzione, anzi, complicando il problema. La riflessione di Maritain sulla fine del machiavellismo rimane un baluardo, purtroppo poco considerato. Reprimere, calpestando persino la legalità, con la scusa di generare sicurezza per allontanare la paura, sortisce effetti sempre più violenti. Girard sembra contraddire persino la dolcezza della vittima espiatoria, che si dona liberamente per amore, tipica del Cristianesimo. Come ci ricorda Di Marco, in questo studio davvero pregevole, viene il sospetto che Girard, pur non avendolo mai ammesso, «faccia professione di neognosticismo in cui la verità divina fa una breve comparsa nella nostra valle di lacrime (alias la terra), per poi ritirarsi nella sua misteriosa e impenetrabile trascendenza. Il Regno dell’Amore prefigurato da Gesù Cristo è smentito continuamente dalla maggioranza violenta dell’umanità». Coloro che sanno resistere sono una sorta di «esiguo numero di illuminati che difendono strenuamente il loro mondo interiore» e, sarebbe il caso di aggiungere, senza successo, ma agli occhi dei violenti.

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